La musica perduta degli etruschi - 13 Giugno 2014

a cura di:
Stefano Cocco Cantini e Simona Rafanelli
Progetto di
Roberta Pieraccioli, Coordinatore della Rete dei Musei della Provincia di Grosseto.

Scomparse le note, persi i suoni e i canti.
La musica etrusca è solo in parte ricostruibile
tramite gli strumenti musicali ma… con occhi attenti
(Fitzi Jurgeit, 2009)

Nell’antichità la musica permeava quasi ogni momento della vita, sia pubblica che privata: con il canto e la danza, era infatti presente nelle cerimonie religiose, negli agoni sportivi, nel simposio, nelle feste solenni, perfino nelle contese politiche, e aveva un ruolo preponderante anche nei momenti privati come i matrimoni e le cerimonie funebri, l’intrattenimento domestico, il corteggiamento. I Greci la consideravano elemento imprescindibile per l\'educazione dei giovani e addirittura come arte di Stato; per gli Etruschi era un elemento fondamentale nella società, presente in ogni aspetto della vita quotidiana come testimoniano gli autori antichi: Ateneo ad esempio ci racconta che gli Etruschi a suon di musica praticavano il pugilato, impastavano il pane e perfino fustigavano i servi!
Le informazioni che abbiamo sulla musica dell\'antichità classica provengono sia dalle fonti letterarie che dall\'archeologia. Nonostante questa documentazione relativamente abbondante, solo di recente lo studio della musica dell’antichità classica è diventata una vera e propria disciplina scientifica, che ha preso il nome di archeomusicologia. In pochi anni questa disciplina ha prodotto una grande quantità di informazioni, sperimentazioni e pubblicazioni e al conservatorio di Trento è stato introdotto il primo corso di “Archeologia musicale del mondo antico”. Le ricerche più approfondite in questo campo, però, riguardano il Vicino Oriente e la cultura greca e romana. Infatti, nonostante l’enorme importanza attribuita dagli Etruschi alla musica, sulla cultura musicale di questo popolo non abbiamo fonti letterarie dirette ma prevalentemente attestazioni iconografiche, e forse per questo è stata indagata finora solo marginalmente dagli studiosi. Sappiamo che la musica etrusca, come del resto altri aspetti di questa cultura, è stata fortemente influenzata da quella greca, ma sappiamo anche che ha prodotto elementi molto particolari e originali. A differenza dei Greci, ad esempio, gli Etruschi preferivano gli strumenti a fiato, in particolare il doppio aulós, ma anche il cornu, il lituus e la sálpinx, che i Greci chiamavano appunto tyrrhenikè sàlpinx attribuendone l’invenzione proprio agli Etruschi.

Ab initio, una precisazione. Ciò che noi oggi chiamiamo “musica” evoca subitamente ed abbraccia un mondo fatto di suoni, vocali e strumentali, organizzati in melodie canore accompagnate e sostenute dalla “voce” di uno o più strumenti capaci di comporre un’infinita serie di armonie che vanno a colpire massimamente le sfere dell’udito e per suo tramite la corteccia cerebrale e la sfera emozionale dell’individuo, ma il vocabolo “musica” compie in effetti un percorso più complesso, derivando la sua origine dal termine greco mousikè, che a sua volta ne sottende un altro, tèchne, i quali, uniti, significavano “l’arte” o, più specificamente, “le arti delle Muse”, in ordine al fatto che il termine collettivo “arte” era declinabile in tutte quelle forme di espressione, quali ad esempio la poesia, la danza, il canto, strettamente correlabili, nel quadro della medesima performance artistica, alla musica “strumentale” intesa come l’insieme dei suoni prodotti da strumenti suonati dall’uomo, e riconducibili a quelle creature femminili della mitologia greca capaci di sovrintendere alla formazione ed al corretto svolgimento di esse. Così, nel mondo greco di età classica, nel V secolo a.C., l’uomo colto era definito “mousikòs anèr” proprio in virtù del fatto che, grazie alla sua formazione culturale, poteva intendersi di canto, danza, poesia e degli altri tipi di spettacolo da correlarsi alla musica e di cui la musica era parte intrinseca, integrante e inalienabile.
Ma … torniamo agli Etruschi e ad un mondo che potremmo non a torto definire il più “musicale” dell’antichità e che per assurdo è rimasto per noi completamente “muto” a causa dell’assenza di fonti documentali scritte che ci offrano una testimonianza “diretta” di questa civiltà che ancora tanti studiosi e moderni cultori della materia amano presentare avvolta entro uno spesso manto di mistero.
Per il mondo greco e per quello romano-italico ci soccorre l’esistenza documentata di numerose branche del sapere: la letteratura, la filosofia, la storia, la poesia ci aiutano a penetrare i molteplici aspetti che formano l’essenza e l’identità culturale dei diversi popoli, ma, sfortunatamente, questo non sembra accadere per il mondo etrusco, la cui documentazione letteraria, poetica, scientifica, e più in generale l’intera produzione scrittoria, pervenuta ad oggi in minima parte, risulta ancora largamente sconosciuta e oscura.
Quello che resta di questa straordinaria civiltà è affidato quasi esclusivamente alle immagini, alle fonti iconografiche, fra le quali un repertorio di straordinario rilievo è costituito dal complesso degli affreschi parietali che adornavano le camere funerarie delle tombe di Tarquinia, una delle principali città dell’Etruria Meridionale costiera, cui rimanda l’uso di decorare l’interno degli ambienti funerari con scene figurate dipinte con vivaci colori (rosso, nero, giallo, rosa, azzurro).
E sono proprio le splendide figure di danzatori, ballerine, musici, dai colori vivaci, che sfilano lungo le pareti di monumenti di eccezione, rappresentati fra gli altri dalle tombe tarquiniesi dei Leopardi e del Triclinio (480/470 a C.), accanto a quelle immortalate sulle superfici in pietra delle urne cinerarie e dei cippi sepolcrali chiusini, a catturare l’attenzione dello spettatore e dello studioso ed a parlarci oggi della parte che poteva rivestire la musica nel mondo etrusco, e massimamente nella “paidèia”, ossia nell’educazione formativa dell’individuo, ponendola in parallelo con quanto conosciamo per la Grecia, ove fonti filosofiche autorevoli del calibro di Platone e di Aristotele ci informano che alla “mousikè tèchne” era riservato uno spazio ampio ed autorevole.
Quello che emerge con incontrovertibile chiarezza dalla lettura delle immagini, ove musici e danzatori ricorrono con frequenza nelle scene di banchetto, giochi, caccia, agoni sportivi, ludi funebri, riti e cerimonie religiose, è il ruolo di assoluto primo piano che la musica – e le performance di spettacolo ad essa connesse - dovevano giocare, nel mondo etrusco, in tutte le manifestazioni della vita e della morte, come si evince dalle stesse rappresentazioni di vita ultraterrena ambientate in un Aldilà disegnato alternatamente, nelle diverse epoche, con contorni dalle sfumature idilliche o funeste.

Insomma musica ed Etruschi sembrano un binomio inscindibile ma alla musica etrusca è stata riservata attenzione solo in tempi assai recenti: ad esempio dal 18 al 20 settembre del 2009 si è svolto a Tarquinia il convegno internazionale “La musica in Etruria” e contemporaneamente nel Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia si è tenuta la mostra “Strumenti musicali nell’Etruria meridionale”; nel 2010 inoltre si è tenuta Castelluccio di Pienza (SI) la mostra “Musica e archeologia: reperti, immagini e suoni dal mondo antico”, dedicata però non soltanto agli Etruschi ma appunto al mondo antico in generale. Questi studi hanno avuto il grande merito di focalizzare l’attenzione degli studiosi sul tema sino ad oggi fortemente trascurato della musica etrusca.
La Rete museale della Provincia di Grosseto ha voluto dare un proprio contributo all\'argomento avvalendosi della collaborazione di due professionalità presenti nel nostro territorio: l\'etruscologa Simona Rafanelli, Direttore del Museo Civico Archeologico \"Isidoro Falchi\" di Vetulonia (Castiglione della Pescaia - Gr), e il musicista Stefano Cocco Cantini, sassofonista jazz di livello internazionale. Dal dialogo e dalla collaborazione scientifica dei due professionisti è nato il progetto speciale che la Rete museale maremmana, sostenuta dalla Regione Toscana, ha voluto dedicare alla \"musica perduta degli Etruschi\" a partire dalla fine del 2011, la cui primaria novità nell’approccio al tema musicale è stata quella del coinvolgimento, totalmente inedito !, all’interno del progetto di ricerca, di un musicista in luogo di un teorico della materia musicale. Stefano Cantini, mettendo in campo le sue competenze musicali, ha studiato le immagini e ne ha tratto alcune osservazioni assolutamente nuove ed originali in merito alla tipologia degli strumenti utilizzati dagli Etruschi, ai suoni che essi potevano emettere e primariamente in che modo questi strumenti potevano essere suonati.
Ma il passo decisivo, nel quale risiedono il significato precipuo del progetto e il suo carattere di assoluta novità, è stato compiuto a seguito delle analisi effettuate su alcuni strumenti a fiato, conservati all’interno di grandi strutture museali distribuite fra l’Italia e l’Estero e recuperati in differenti contesti di scavo, non esclusivamente funerari o santuariali. Come è noto, le principali testimonianze relative agli esemplari reali provengono dal carico di una nave affondata nei pressi dell’Isola del Giglio e sono rappresentati da strumenti a fiato realizzati in legno e in avorio. La riproduzione al vero di questi strumenti, resa possibile dall’analisi autoptica degli stessi e dall’ausilio di artigiani professionisti capaci di eseguirne delle copie perfette sia per materia che per misure, ha consentito di procedere nella ricerca tradotta, in una prima fase, in una performance, una sorta di conferenza/spettacolo strutturata prevalentemente come intervista ai due esperti intervallata da letture dei testi antichi e da brani musicali, finalizzata a tradurre il lavoro in una forma di alta divulgazione scientifica destinato al pubblico più vasto.
La performance è stata portata tra 2011 e 2013 con un vero e proprio tour in tutti i Musei Archeologici della Maremma e poi della Toscana (Siena, Artimino, Sesto Fiorentino, Firenze), quindi al di fuori dei confini regionali (Milano, Paestum), per divenire protagonista alla prima Edizione della Borsa del turismo culturale Art&Tourism alla Fortezza da Basso di Firenze (2012) ed alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum (2012 e 2013).
Il grande successo ottenuto con la performance, anche tra gli studiosi e gli esperti intervenuti, ha fatto sì che essa divenisse dapprima una pubblicazione, quindi un documentario bilingue in corso di completamento. Fine ultimo del Progetto, ancora in itinere, è la riproduzione esatta degli strumenti ad oggi noti, a fiato e a corde, nei contesti etruschi, al fine di comprenderne le totali potenzialità e capacità espressive nei termini delle note, delle scale musicali, dei toni che con questi strumenti potevano essere eseguiti dai professionisti etruschi nel quadro di un’indagine scientifica della musica antica che, contrassegnata dai “modi” musicali, prende le distanze da quanto un’elaborazione in chiave moderna della stessa vorrebbe indurci ancora oggi ad accettare.
Solo la conoscenza accurata e precisa della forma, della materia, delle misure che connotano gli strumenti reali conservati e la loro puntuale riproduzione ci consente di rilevare in maniera affatto sorprendente, e per la prima volta nella storia e nello studio della musica antica, le effettive capacità musicali e la fisionomia dei suoni che i musici etruschi riuscivano a comporre nell’armonia assolutamente originale che scaturiva dai loro strumenti.


La musica perduta degli etruschi


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